L’arte contemporanea in un angolo?

La riflessione sull’arte che vi proponiamo oggi nasce da un articolo molto interessante, a firma di Lidia Lombardi su Il Tempo. La giornalista riporta i dati della notte bianca romana che, qualche sera fa, ha permesso a 25 mila visitatori di vedere le opere di Caravaggio nella capitale, in occasione del quarto centenario dalla morte dell’artista.

Un enorme successo, frutto di opere senza dubbio meravigliose e di importanza storica, ma forse anche un po’ cavalcato (come sempre accade: anche l’arte deve fare i conti col marketing) dagli operatori del settore, con ritrovamenti dell’ultimo minuto, itinerari ispirati al Merisi e persino menù di dubbia riscontrabilità storiografica. L’interrogativo è comunque un altro.

Perché l’arte contemporanea non scatena un tale coinvolgimento da parte del pubblico? Citando dall’articolo: “Il Bel Paese s’eccita soltanto con cinque o sei glorie del passato: il «maledetto» Caravaggio, il vigoroso Michelangelo, tutt’al più il soave Raffaello. […] Perché non andiamo oltre, proviamo altre strade, azzardiamo altri nomi? Perché l’arte contemporanea resta in disparte, mentre all’estero un Moma nella Grande Mela ospita con successo da Tim Burton a Marina Abramovich o una Tate Gallery londinese prepara un autunno da boom con Mark Rothko?”

Il contemporaneo non è visto dai più come Vera Arte? C’è chi dice che l’allontanamento arte-pubblico avviene quando dall’opera figurativa si passa all’installazione; eppure all’estero le gallerie sono frequentate dalla gente e supportate dalle università. Come per tutte le cose, forse basterebbe una buona spiegazione: da quella si arriverebbe alla comprensione e, magari, anche all’apprezzamento.

(foto ANSA)

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